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sabato 6 ottobre 2012

Back to Campania... Alla luce dei "3 Bicchieri GR"...

Negli ultimi post pre-ferie vi avevo raccontato delle emozioni datemi da alcuni vitigni autoctoni campani, con piccoli produttori emergenti che a mio avviso meritavano più credito...
Ebbene, è con grande piacere (e un pizzico di soddisfazione personale... non lo nego...) che sono qui a commentare la pubblicazione dei premi "3 Bicchieri" 2013 appena assegnati dal Gambero Rosso.
I premi sono stati numerosi ed interessanti in molte regioni italiane, ma - ormai l'avrete capito... - la mia passione per i vini campani è qualcosa che va al di là di una semplice affezione passeggera...
 
Ma veniamo al dunque... Dei 17 vini premiati quest'anno, ben 6 sono stati recensiti sulle pagine di questo blog.
Certo, con vini come il Montevetrano 2010 di Silvia Imparato ed il Terre di Lavoro 2010 di Galardi (entrambi creature dell'enologo Riccardo Cotarella), o il FiordUva 2010 di Marisa Cuomo, si andava a colpo sicuro.  Non impossibile da indovinare anche il riconoscimento al fiano Vigne della Congregazione 2010 di Villa Diamante (già 5 Grappoli AIS sul millesimo 2009).
Ma la massima soddisfazione l'ho avuta nel trovare premiati due vini fino a qualche mese fa sconosciuti ai più, come il pallagrello nero Ambruco 2010 di Terre del Principe ed il Sabbie di Sopra il Bosco 2010 di Nanni Copé (cfr. articolo sui B-Wines).
In particolare questi ultimi due dotati di un rapporto qualità-prezzo assoluto, ed ora destinati inevitabilmente a salire sulla scia di questo successo (ahimé prima che fossi riuscito a farne adeguata scorta in cantina!!!)
 
Taurasi grande protagonista dell'anno, con ben 6 vini premiati. E qui c'è ovviamente gloria anche per colossi quali il Radici 2008 di Mastroberardino ed il Piano di Montevergine Riserva 2007 di Feudi di San Gregorio.
Per i più curiosi, di seguito il link con l'elenco completo dei vini premiati:
 
Non mi resta che darvi appuntamento a breve, con grandi ed importanti novità che già stanno bollendo in pentola...
Un abbraccio ed un brindisi in questo weekend di ottobre ancora "caldino"... Direi ideale per bere ancora qualche bel bianco che abbiamo racimolato quest'estate nei viaggi per cantine...
Volete proprio un nome? Per parcondicio citerei un'altra regione di grandissimi bianchi: l'Alto Adige. Quindi un bel gewurztraminer... E di chi se non di una grandissima cantina sociale di quella zona? Sto parlando del Nussbaumer 2011 di Tramin (fra l'altro 3 Bicchieri pure lui...): qui non ho avuto dubbi e ne ho comprate 2 casse...
Alla vostra!!!

mercoledì 4 luglio 2012

Vini campani: autoctono è bello... E pure buono! (2a parte)

Dove eravamo rimasti?!? Ve lo ricordate o vi serve un indizio? Siamo su "quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno"... No, non siamo ne I Promessi Sposi... Ma a Civate (LC), ad assaggiare i vini autoctoni campani! E stavamo per passare ai rossi, con la promessa di regalarvi qualche spunto che non fosse il "solito" aglianico...
Partiamo dal pallagrello nero, rigorosamente in purezza: prima provando il base 2009 dell'azienda Vestini Campagnano e poi, ritornando da Terre del Principe, si sale ad ottimi livelli con l'Ambruco 2009, sorprendente per struttura e per una persistenza davvero incredibile su note di liquirizia e ginepro, tanto che - ahimé con grande sacrificio... - sono costretto a fare una pausa ricorrendo agli assaggi di formaggi brianzoli... 
Proseguo la mia ricerca di stranezze imbattendomi nel Marsiliano 2008, un IGT Campania prodotto nella zona dei Campi Flegrei dall'azienda La Sibilla, che da alcuni anni si batte per la sperimentazione e la riscoperta di antichi vitigni autoctoni. In questo vino, ad esempio, troviamo un uvaggio a base di marsigliese (70%), olivella (20%) e piedirosso (10%). Il naso minerale rivela il suolo vulcanico, con richiami ferrosi - quasi di sangue e ruggine - e di terriccio bagnato, cedendo nel finale il passo a note floreali di rosa e geranio a fine maturazione, quindi a cespugli di macchia mediterranea. In bocca sorprende per la grande finezza ed eleganza del frutto, anche grazie ad un tannino che si percepisce leggermente in sottofondo, ben levigato dall'uso della barrique.

Marsiliano 2008 - Azienda La Sibilla (Campi Flegrei) 

Scorgo quindi un banco con il "mio" Montevetrano, ma sorseggiare il 2009 si rivela un infanticidio... A fianco, però, trovo un altro jolly targato Colli di Salerno IGT: Borgo di Gete 2008, vinificato con uve tintore (100%) dall'azienda Reale, un produttore "bio" della zona dei Monti Lattari, in Costiera Amalfitana. Il colore, di un purpureo intensissimo, giustifica pienamente il nome del vitigno, suggerendo, anche al naso, una spremuta di more, mirtilli, viole, con una spruzzata finale di pepe nero. Grande consistenza e pienezza in bocca, che richiama la frutta chiudendo con grande persistenza su note di cioccolato fondente e tabacco dolce da pipa. Pochissime bottiglie (circa 2.000 / anno) per un prezzo al sotto dei 20 Euro: segnatevelo!
Chiudo infine con una piccola "trasgressione" alla regola del "niente aglianico"... Si tratta del Kapnios 2006 di Masseria Frattasi, un aglianico vinificato in appassimento secondo il metodo utilizzato per l'amarone, di cui ricorda pienamente anche le sensazioni gustative. Grande curiosità, ma il prezzo decisamente non per tutte le tasche (oltre 70 Euro) lascia un po' l'amaro in bocca, in tutti i sensi... Che sia colpa di questo appassimento anomalo?
Nel dubbio mi consolo con gli altri vini... Alla vostra!!!

Vi lascio anche un piccolo souvenir video per rendere omaggio a quanto organizzato dai colleghi dell'AIS Lecco in questa magnifica cornice artistica:
http://www.youtube.com/watch?v=eyxHQUj_MX0&feature=plcp

martedì 3 aprile 2012

29-3-2012 – I “B(IO)-WINES” CHE NON T’ASPETTI…

Serata misteriosa quella sui "B-Wines", organizzata dall’Enoteca Ronchi di Milano nella settimana del Vinitaly. Sulla pagina dell’evento pubblicata sul sito compaiono solo 3 dei 5 vini in degustazione, fra i quali campeggia un etichetta retrò, stile locandina anni Settanta: Le Pergole Torte. Ed il vino dell’azienda Montevertìne ha veramente segnato la storia dell’enologia italiana fin da quegli anni. Nel 1967 Sergio Manetti, dopo aver ristrutturato una fattoria a Radda in Chianti, pur producendo un sangiovese in purezza nel cuore del Chianti Classico, si sfila dal celebre Consorzio del Gallo Nero e crea uno dei capostipiti dei “Supertuscans”, poi fioriti in quegli stessi anni con Sassicaia (1968) e Tignanello (1970). Data la fama del vino, vi risparmio le mie lodi rimandandovi alle più autorevoli descrizioni in giro per il web, precisando solamente che si trattava di un 2008, eccellente ma che richiede ancora un paio d’anni in bottiglia.
Questo vino, da solo, valeva la serata (io mi sono iscritto appositamente…), ma devo ammettere che nonostante la mia diffidenza sui vini più o meno “bio”, Simone e Nicola hanno saputo stupirmi con altri vini di sicuro valore (soprattutto gli ultimi due):
- Cerasuolo 2007 (100% montepulciano), azienda Valentini. Edoardo Valentini è stato l’artigiano abruzzese del vino fin dagli anni Settanta: solo trebbiano e montepulciano in purezza, vinificati senza controllo di temperatura ed affinati in botte grande. Il Cerasuolo, terzo vino dell’azienda e spesso dimenticato, si presenta con un color mattone scarico che ti fa pensare ad un vecchio nebbiolo. Al naso libera toni pungenti di smalto e solventi, aprendosi lentamente su una piccola nota di piccoli frutti rossi, per poi tornare ad essenze eteree ad ogni piccolo movimento del bicchiere. In bocca entra rotondo ed alcolico, ma lascia il palato piacevolmente fresco, con note finali di ciliegie sotto spirito.
- Lagrein Riserva 2006, dell’azienda Nusserhof di Egna (BZ), nella bassa Valle Isarco. Heinrich Mayr è stato il primo produttore in Italia a puntare interamente sul biodinamico. Acciaio e breve passaggio in botti grandi di rovere di Slavonia (niente barriques, come vorrebbe l’ultima “moda” del lagrein), regalano un naso ricco di frutti di bosco e spezie dolci, anche se inizialmente nel bicchiere libera note selvatiche ed animali. Il sorso si rivela però di una freschezza tagliente, rivelando tannini (della buccia) che richiamano un ribes leggermente acerbo. Inadatto da solo, è sicuramente più redditizio in abbinamento a selvaggina (cervo, capriolo).
- Sabbie di Sopra il Bosco 2008 (45% pallagrello nero, 45% casavecchia, 10% aglianico) azienda Nanni Copè (Terre Del Volturno IGT, zona dell’alto casertano). Giovanni Ascione, giornalista e degustatore, autore di Bibenda e grande appasionato di Borgogna, nel 2007 ha comprato due ettari di terreno nella sua terra d’origine, salvando dall’estirpazione alcune vigne ultracentenarie (a piede franco) di casavecchia e pallagrello nero, coltivate ad alberata aversana ed alte 3-4 metri, per produrre 7.500 bottiglie di un vino che alla sua prima vendemmia ha ottenuto l’eccellenza da tutte le grandi guide enologiche italiane, ad un prezzo imperdibile (circa 26 Euro). Di un rubino denso, al naso è un vino misterioso, cupo, terroso, con sentori minerali, ferrosi ed a tratti sulfurei, dove esce lentamente la frutta rossa in confettura. In bocca è caldo ed avvolgente, da vero vino del Sud, pur rimanendo di una finezza sorprendente, con un tannino levigato da tonneaux da 5 ettolitri (rovere francese nuovo ma con una tostatura leggera ed impercettibile). Parafrasando un vecchio spot con Sofia Loren, una sola parola: ACCATTATEVILLO!!!
- Bricco Appiani 2004 (100% cabernet sauvignon) azienda Flavio Roddolo. Monforte d’Alba, vigneto con esposizione ottimale, terreni calcarei ricchi di marne blu. Cosa vorreste di più per produrre un grande nebbiolo? Piantati pochi ettari di cabernet sauvignon nel periodo della grande crisi del Barolo, Roddolo ha invece saputo creare un prodotto unico nel suo genere, che ha mantenuto un'eccellenza immutata nel tempo (Veronelli lo definì il miglior cabernet sauvignon d’Italia). Unisce le note erbacee del vitigno bordolese ad una bocca per nulla “ruffiana”, ma sorprendentemente tannica, gessosa e minerale, che rivela tutta la sua origine langarola nonostante l’affinamento in barriques ed un piccolo passaggio in botte grande. 2.700 bottiglie numerate ad un rapporto qualità/prezzo elevatissimo (circa 30 Euro!!!): se lo trovate, non fatevelo scappare! Ma apritelo fra un paio d’anni e, dato che è un cabernet sauvignon, magari qualcuno di voi si ricorderà di me stappandolo...
Alla vostra !!!

domenica 15 maggio 2011

IPSE DIXIT: sperimentiamo gli autoctoni campani (quasi) introvabili, nel segno dei relatori AIS…

Cosa succede a “spedire” nell’etere un’e-mail invito per una serata di degustazione in un locale milanese? Succede che il tam-tam del passaparola fa girare talmente tanto questa mail che davanti al locale, all’ora prestabilita, si ritrova un gruppo di 6 semi-sconosciuti più o meno “impanicati” a cercare di ricostruire “chi è l’amico di chi” e come ha ricevuto l’invito...
Parafrasando una canzone del Liga (e riadattandola per l’occasione…) mi verrebbe da cantare: << Niente paura, ci pensa il VINO, mi han detto così… >>. Se poi ci mettiamo anche un bel tagliere di salumi e formaggi, beh… Fate vobis !!!
Le idee sul vino da ordinare sono le più svariate, ma almeno su un paio di cose siamo tutti d’accordo: ordinare un bianco e un rosso, rigorosamente “particolari” e fuori da tutto ciò che normalmente si beve… Magari qualche chicca a base di vitigni autoctoni…
Il posto – che merita assolutamente la citazione, quindi… Enoteca Decanter, Via Castelvetro 20, Milano (trasversale di Corso Sempione/zona Domodossola) – ci propone una ricca carta dei vini, con parecchie etichette “di nicchia” del panorama nazionale e qualche tocco di internazionalità (quasi esclusivamente Francia).
Optiamo quindi per il primo vino, citato dal nostro relatore Guido Invernizzi nel corso dell’ultima lezione sulla Campania: Furore Bianco Fiorduva 2006, DOC Costa d’Amalfi, prodotto dall’azienda Marisa Cuomo con 3 vitigni bianchi, 3 rarissimi autoctoni campani: Fenile (30%), Ginestra (30%), Ripoli (40%). Il primo impatto, appena dopo la stappatura, è comunque di grande effetto: un colore giallo dorato intensissimo, senza alcun cenno di cedimento, ed una mineralità – forse favorita dalla temperatura, un po’ troppo bassa, a mio avviso – che punge il naso, promettendo già una certa sapidità in bocca…
E qui mi rendo conto quanto influiscano, in una degustazione “di gruppo”, le opinioni di chi ci sta intorno… Abituato ad essere un po’ il “pulcino” del gruppo in mezzo a tanti “Sommelier/chiocchia”, rimango un po’ basito da questa strana caccia alla descrizione gusto-olfattiva più suggestiva – ma anche più inverosimile – di un bianco (2006 !!!) che è nel bicchiere da 2 minuti… Ed in attesa che il vino si “apra” nella sua giusta dimensione olfattiva, non mi resta che ammirare il tagliere di salumi e formaggi servitoci con maestria da una giovane e tatuatissima (nonché altrettanto ammirevole!!!) sosia di Amy Winehouse.
Per i salumi, segnalo, nell’ordine: bresaola Valtellina DOP, prosciutto cotto alla brace (di cui purtroppo non ricordo i riferimenti…), salame toscano “Finocchiona”, prosciutto crudo San Daniele DOP 24 mesi. Mentre per i formaggi (e qui confesso la mia discreta ignoranza…): una robiola fatta con 3 diversi tipi di latte (vaccino, caprino e ovino), un formaggio molle bresciano con acquavite e segale (vaccino), un Taleggio della bergamasca, un Camembert AOC Normandia (vaccino) ed un meraviglioso Blu Stilton inglese (vaccino erborinato).
Ma torniamo a “finire” il nostro Fiorduva, dove ora arrivano al naso sentori floreali di ginestra e di acacia, di frutti gialli maturi che spaziano dall’albicocca alla pesca gialla all’ananas. In bocca è una conferma dell’ottimo lavoro svolto su questi vitigni a me ignoti: l’entrata è fluida, morbida, ricca... Richiama i sentori di albicocca essicata, di scorze di agrumi candite, di uva bianca appassita. Tutte sensazioni che rimangono impresse a lungo, nella mente e in bocca, con un retrogusto piacevolemente dolce. La struttura, di corpo, è comunque ottimamente bilanciata da una spalla acida ancora piacevolmente viva e da quella sapidità che ci era stata promessa al naso (e che è figlia dei terreni calcarei e dell’esposizione al mare dei terrazzamenti amalfitani dove si trovano i vigneti).
La curiosità mi ha quindi spinto a cercare ulteriori dettagli su questo vino, scoprendo (con un certo gusto, vista la sensazione di uva passa che avevo individuato in bocca) che la vendemmia viene fatta, manualmente, nella terza decade di ottobre, su uve surmature. La vinificazione avviene a freddo, con pressatura soffice degli acini accuratamente selezioanti. Affinamento per 6 mesi in barriques di primo passaggio a cui segue un anno in bottiglia prima della commercializzazione.
In conclusione, lo definirei una piacevole scoperta e ottimo da bere anche così, da solo. Saltando per ovvi motivi l’abbinamento con i nostri salumi, direi che regge abbastanza bene il confronto con tutti i formaggi sopra citati, anche se a mio avviso il top lo raggiunge con il Blu Stilton, dove il sapore deciso della muffa nobile contrasta e sostiene la corposità ed il finale dolce del vino. Parlando invece di abbinamenti con il cibo del territorio (Costiera Amalfitana), ci metterei un bel pesce al forno (una ricciola o un branzino) servita con qualcosa che ne richiami l’agrumato… magari una salsina o un sughetto coi celeberrimi limoni della Costiera!

Proseguendo, ecco un secondo giro della nostra “Amy”, che ci porta nuovamente la carta dei vini, dalla quale esce la mia proposta di passare ad un autoctono sardo, una “Nieddera” di Attilio Contini (eccezionale la sua Vernaccia di Oristano Riserva “Antico Gregori”, perfettamente conservata anche dopo 40 anni, di cui mi hanno versato “un’unghia” al Vinitaly 2010…). Ovviamente non c’è, per cui, “in the name of Invernizzi”, rimaniamo sugli autoctoni campani, optando per il vitigno casertano pallagrello…
Il vino, molto evocativo anche nel nome, è il Castello delle Femmine 2008, IGT Terre del Taburno, prodotto dell’azienda Terre del Principe di Peppe Mancini, con pallagrello nero (50%) e casavecchia (50%). Anche stavolta, i compagni di tavolata me lo massacrano un po’ troppo presto, sto povero vino, che essendo un inedito per i nostri nasi, è automaticamente meritevole di un secondo giudizio in appello…
Si parte – è vero – con un sentore floreale di fiori un po’ aciduli, che non saprei ben definire (e qui mi aiutano un paio di commenti trovati in internet che citano “garofano” e “peonia”), ma poi il vino si riprende cedendo tutte le “giuste” note di piccoli frutti rossi maturi (vista la pungenza, direi soprattutto ribes e fragoline) e virando su uno speziato “boscoso”, che mi ricorda un po’ l’odore delle pigne secche che d’estate si raccolgono da terra nelle passeggiate in montagna (per i “puristi” AIS traduciamolo pure con “bacche di ginepro”, anche se ne perdiamo un po’ lo spessore evocativo…).
In bocca l’assaggio è fresco e abbastanza scorrevole, con una punta finale di tannini che rivendicano il loro posto e che non sono ancora del tutto zittiti dall’affinamento in legno. L’alcolicità (14 gradi) è poco percettibile e lascia comunque ancora un po’ di spazio alle durezze, elemento che – con grande impopolarità da parte della platea – continua a farmi pensare che almeno un altro anno in bottiglia potrebbe ammorbidirlo ed amalgamarlo meglio.
La curiosità è femmina, si sa… E quindi vorrete ringraziare la mia parte femminile che anche stavolta mi ha spinto a cercare qualcosa di più su questo vino! Anche qui le sorprese non mancano: la vendemmia è fatta manualmente verso la metà di ottobre; dopo una macerazione prolungata il vino matura in barriques di secondo passaggio per circa 8 mesi e poi un anno circa in bottiglia.
Ma soprattutto, ho scoperto che, insieme con il proprietario Peppe Mancini, la rivalutazione di questi autoctoni è passata anche da una nostra recente conoscenza, il Prof. Luigi Moio (per chi non lo conoscesse, assaggiate la sua morbidissima falanghina “Via del Campo”, azienda Quintodecimo).
Per gli abbinamenti della serata, questo Castello delle Femmine si è rivelato ottimo per tutti i salumi, mentre per i formaggi l’ho trovato compagno ideale con il Camembert AOC della Normandia. Fuori dal contesto, lo berrei con un bel piatto di tagliatelle al ragù (ottimo suggerimento proveniente dalla mia dirimpettaia…) oppure, per stare su un secondo, un arrosto saporito ma non troppo impegnativo.

Un bell’applauso quindi a “Vinopedia” Invernizzi (come l’ha simpaticamente definito qualcuno dei presenti…): i suoi autoctoni hanno fatto centro ancora una volta… Certo, se un giorno dovesse leggere questo blog (e mi auguro che ciò possa avvenire DOPO il mio esame per diventare Sommelier…), sicuramente direbbe che saremmo dovuti andare direttamente a casa di Marisa Cuomo, a bere il Fiorduva, oppure nel casertano da Peppe a vedere i vitigni di pallagrello…
Se non altro, caro Guido, “a rubare il mestiere a chi traffica di vino” – come dici sempre tu – ci sto provando… Anzi, ci stiamo provando in tanti. L’importante è continuare ad incontrare persone, che come te, riescano a trasmettere la passione infinta che c’è dentro una bottiglia… E che spingano un gruppo di 6 semi-sconosciuti a riunirsi intorno ad un tavolo, per sciogliere timidezze e inibizioni cantando: << Niente paura, ci pensa il VINO, mi han detto così… >>.
Alla vostra !!!