giovedì 7 novembre 2013

Una cena POP

Un giorno decidiamo di 'farla' strana...la cena!
Alzo il telefono per prenotare per sei al D'O, il ristorante dello chef Luca Oldani.
Prima disponibilità, un giovedì fra sei mesi.
E va bene, prenotiamo, chissà cosa ne sarà di noi tra sei mesi, ma intanto prenotiamo.

E finalmente arriva il tanto atteso giovedì, e noi tutti profumati, vestiti bene ed emozionati ci presentiamo puntuali all'appuntamento.

Ci accoglie sulla porta lo chef e il suo staff e l'atmosfera appare fin da subito rilassata, piacevole e gradevole.

Il personale attentissimo inizia la sfilata al nostro tavolo. Ci vengono serviti la famosa cipolla di Oldani, un risotto con una crema di noci cotto come solo lui, credo, sappia fare perché era davvero sublime e per alcuni di noi che li hanno preferiti, degli gnocchi di zucca. Seguono un maialino tenerissimo e dolci differenziati per ciascun commensale (per non farci mancare nulla).
Il tutto annaffiato da: un Grillo spumantizzato per antipasti e primo, il Do, un rosso 'adottato' da Oldani che deve il suo nome alle 12 uve spremute per comporlo e da un banyuls per dessert.

Come al solito io ne faccio una questione di principio :-)
Passi il grillo che può essere considerata una novità (anche se Manlio dell'Infernot me lo aveva offerto già qualche tempo fa), interessante il rosso fatto da questo grande amante della musica che ha chiamato il vino come la nota e lo ha composto di 12 uve perché è il numero delle note che possono stare nel pentagramma (se ricordo bene), ma del Banyuls sul dessert più di qualcuno non apprezza l'abbinamento.

Siamo noi troppo sofisticati? Sono le carte dei vino troppo commerciali? O per chi ha un ristorante e' necessario il compromesso?

La carta dei vini merita però una menzione per l'attenzione alla qualità/prezzo in linea con la filosofia del ristorante: mangiare con 75 euro una cena completa corredata di un vino per portata dallo Chef stellato e' un'esperienza gradevole.
Ancora più bello notare che il ricarico sui vini e' davvero onesto. Prezzi poco lontani da quelli delle enoteche.
Questo rende positivo il mio giudizio complessivo.

Nota dolente: quando il ristorante si riempie l'atmosfera smette di essere familiare e gradevole e diventa "caciarona" e un po' difficile da gestire per il personale. Altrimenti non si spiega come mai sia arrivato il dolce e ancora non avevamo avuto la possibilità di ordinare il vino...










venerdì 18 ottobre 2013

900 cento

Stasera mi meritavo una cosa super perché il mondo mi sta mettendo alla prova  ma non succedeva nulla spontaneamente e così ho abbassato le aspettative e ho aperto 900.

Mi bastava poco, a quel punto...volevo solo qualcosa che mi tirasse su il morale ma in casa avevo solo bottiglie da grandi occasioni, da cene con chi può capire e apprezzare quello che si beve, e sapete che vi dico?

Che ogni sorso e' un'esplosione di cose diverse, profumi, ricordi sapori. Primari secondari terziari... Vi confesso che non ci avrei mai creduto prima. Mi puzzava di tanto fumo e poco e arrosto e tie'! Sbugiardata! Hai capito il Barbieri... E hai capito l'universo...

venerdì 21 giugno 2013

L'esagono non è una figura geometrica.


Ancora ieri sera, alla cena conclusiva del master tenuto da Samuel Cogliati e organizzato dall'AIS Milano, c'era qualcuno che non sapeva perché si chiamasse "esagonale". Esagonale come il territorio francese, esplorato nel corso dei 18 incontri al Westin con profonda conoscenza enologica e spiccata sensibilità da un relatore di grandi qualità: appassionato conoscitore dei territori e delle più sottili differenze, provetto e quasi "artistico" degustatore, mai banale nelle scelte dei vini in degustazione, e, sopratutto, capace di creare un'atmosfera di partecipazione con disponibilità e umiltà,  dote questa non molto diffusa nel mondo dei sommelier.
Sono sempre più convinta di aver fatto un ottimo investimento partecipando al Master Esagonale dalla fine del gennaio scorso, perché:
  • ho capito meglio concetti che mi sembravano prima tutti molto simili (cru, clos, climat, terroir) e che invece fanno la differenza nella cultura enologica francese
  • ho acquisito una terminologia della degustazione, anche in francese, più ampia a sfumata di prima
  • ho degustato vini di grande qualità, personalità, e di prezzo molto spesso più che abbordabile.
  • mi sono sentita meno numero grazie a un gruppo a misura di relazione (35 persone circa) e alla capacità di Samuel di far sentire tutti partecipi.
Peccato che sia finito!
Bravo Samuel e bravo anche Hosam che ci ha fatto scoprire questo talento!
MGS

martedì 19 marzo 2013

Per il “mal dell’esca” Martin perse la cappa…

O per un nebbiolo scambiato per un Sangiovese.
O per un vermentino confuso per un Sauvignon? O perché l’Italia produce solo il 15% del vino mondiale e non il 30%?

Ok ok, andiamo con ordine.

Ma dico io? Tra la muffa grigia e il mal dell’esca, quale è una malattia della vite???
Il mal dell’esca naturalmente! E invece no! La botritys cinerea definita una malattia! Ma non era nobile???

Ordine. Facciamo ordine…

Winetip sembra aver letto nel pensiero del Bombe e ieri sera organizza la serata “Wine quiz: giochiamo?”
Regole: ci si iscrive a squadre, possibilmente di 4, e chi vince si porta a casa una bottiglia di vino. E il giudizio dell’arbitro è insindacabile.
E ovviamente “L’educazione alcolica” c’è. Composta da Mauro, Davide, MG e Betty.

Primo quiz: rispondi a 10 domande a risposta multipla. Fila liscio: 9/10, non ci lamentiamo anche se c’è chi fa l’ein plein, ma c’è tempo per recuperare.

lunedì 18 marzo 2013

Federico Curtaz: Libertaaaaaaaaaaa!

Federico Curtaz: Libertaaaaaa!
"Lasciate ai viticoltori la libertà di guardare avanti senza integralismi legati agli autoctoni."
La frase di chiusura dell'intervento dell'enologo Federico Curtaz (collabora con aziende di diverse regioni tra cui Liguria, Toscana e Sicilia) alla serata Ais di qualche settimana fa continua a ritornarmi in mente.
Forse era gia' nella sua scaletta o forse l'ha detta vedendo facce perplesse o nasi storti mentre parlava e faceva assaggiare  un touriga nacional in purezza prodotto a Dolceacqua dalla giovane azienda Altavia che si e' affidata totalmente alla creativita' del celebre enologo.
Prima di quella frase, confesso, mi stavo proprio chiedendo che senso avesse piantare in Liguria un touriga nacional. Ripercorrendo tutto il suo intervento mi sembra di aver capito che la scelta dell'enologo, al di la' di spingere la propria vena creativa fino a stupire, vuole essere un ennesimo accorato richiamo al concetto di terroir. In quella zona le caratteristiche del terroir richiamano quello delle zone del Portogallo dove il touriga da' il meglio di se'. E allora, per un attimo, si prova a dimenticarsi del Dolceacqua (che l'azienda comunque produce dopo aver rilevato le vigne dal mito Mandino Cane) e ci si spinge - come appunto sottolinea "l'amico" Curtaz - più avanti esplorando le potenzialità del terroir.
Fino a qui ci sto. La mia mente inizia un po' ad aprirsi. Anzi, gia' si era aperta assaggiando e apprezzando i vini della prima azienda presentata, i vermentino/viognier di Montepepe.
Ma quando si passa al sangiovese di Colle Santa Mustiola e con orgoglio ne viene esaltata la sua somiglianza ad un brunello o a un nobile allora il discorso cambia. Va bene la creatività dell'enologo ma nella mia mente un'apertura così ampia non ci sta proprio!




Inviato da iPad

venerdì 1 marzo 2013

La degustazione che vorrei

Una recente degustazione di Barolo all’enoteca Ronchi di Milano mi ha dato lo spunto per una riflessione sull’offerta di degustazioni di vino a Milano e su quello che sarebbero per me le degustazioni ideali.
Alla Ronchi abbiamo avuto una classica bella serata di degustazione: una presentazione didattica per iniziare, 6 ottimi vini (+ 2 extra) degustati sotto la guida di relatori competenti e piacevoli, un gustoso piatto in abbinamento, un ambiente rilassato e un pubblico abbastanza partecipe.
Alla fine ne sono uscito pensando “sì, ok, tutto molto bello, ma…”. Un tarlo ha cominciato a rodermi, il pensiero che mi piacerebbe qualcosa di nuovo, di diverso, di più.
Allora ho pensato di fissare i requisiti della mia degustazione ideale, con la speranza di stimolare una discussione e magari far diventare questo post un punto di partenza per un dibattito che sia fonte di ispirazione per chi propone le serate.

La degustazione che vorrei è fatta così:

domenica 17 febbraio 2013

Ribs: ottima carne a Milano, in zona Naviglio Grande...

Per una volta mi "stacco" - anche se non del tutto, in realtà - da recensioni sul vino per dedicarmi alla descrizione di una serata veramente piacevole in questo ristorantino aperto da poco in Via Lodovico il Moro, sul Naviglio Grande a Milano. Inizialmente aperto solo a pranzo, come bistrot, da qualche mese ha iniziato a fare anche apertura serale nel weekend.
E ve ne voglio parlare perché - ormai chi mi legge da un po' mi conosce... - mi piace dare spazio alle "storie" personali che stanno dietro il cibo e il vino, ai sacrifici che danno vita alle cantine ed ai ristoranti dove ogni tanto andiamo a spendere i nostri soldini... Perché la qualità ha il suo prezzo, ma a mio parere si spende più volentieri dove oltre a mangiare e bere bene si trova l'accoglienza e il sorriso di ragazzi che hanno avuto il coraggio di investire - di questi tempi - in un'attività del genere.
 
Sono stato al Ribs la sera del mio compleanno, il 1° febbraio scorso, su invito e consiglio di alcuni amici che mi volevano far provare un posto nuovo. Locale un po' difficile da individuare, anche perché su una via di grande passaggio, ma con diverse opportunità di parcheggio nelle vie laterali. 
Il locale è piccolo e raccolto (una ventina di coperti), forse un po' rustico, ma arredato in maniera simpatica e colorata: tavolini e sedie tutti diversi fra loro, pareti con mattoni a vista, tovagliette di carta stile ranch americano... 
La cucina a vista dietro una grande vetrata mi fa però subito pensare all'accento che il proprietario ha voluto mettere sulla scelta delle materie prime e sulla qualità dei piatti.
Vengo accolto con un sorriso dal proprietario e - sapendo della mia passione per il vino - subito accompagnato ad esaminare gli scaffali con le bottiglie in bella vista. Dati gli spazi ridotti, il numero di etichette non è enorme ma si tratta di vini interessanti, di ottima qualità e (scoprirò poi) con ricarichi veramenti onesti per la location. Ordino una tagliata di Angus alla fonduta di pecorino, che mi viene servita accompagnata da patate al rosmarino cotte al forno, dorate e croccanti come quelle che prepara mia mamma... La carne, abbondante e tenerissima, è cotta alla perfezione e si sposa perfettamente con la bottiglia: in barba ai vari prototipi toscani di sangiovese, non senza pressioni da parte degli altri commensali, abbiamo scelto una Rioja Riserva 2007 (100% tempranillo) di cui purtroppo non ho segnato il produttore. Un bel vino, ematico, ferroso, con un tannino e un'acidità in grado di tenere testa alla succulenza della carne...
Dando uno sguardo anche ai piatti che vedo servire in sala, noto meravigliosi tagli di carne (filetti, tagliate, etc.) oltre ad abbondanti hamburger serviti in maniera veramente interessante... Nulla a che vedere con un fast food, insomma! Ci sono poi diverse minestre di stampo toscano, oltre a primi delicati preparati con pasta artigianale trafilata al bronzo... E poi, tornando indietro, antipasti di salumi e formaggi ricercati...
Per finire, una superba crema catalana prodotta artigianalmente (freschissima!), sapientemente abbinata ad un IGT Umbria da uve grechetto, sauvignon blanc e semillon parzialmente botritizzate... E di questo ho recuperato anche il nome: Pourriture Noble dell'azienda Decugnano dei Barbi.
Per gli amanti del genere, ho scoperto che fanno anche il celebre "bunet" piemontese, squisito dolce che definire solamente "budino con crema di nocciole" non rende l'idea...
 
Che dire, se non fare un grosso in bocca al lupo a questo nuovo locale che, a mio avviso, merita veramente una visita...

sabato 16 febbraio 2013

100 vini per l'Emilia

Non sono nemmeno le 5 di mattina quando il mio cellulare inizia a lampeggiare e vibrare sul comodino. Mi sveglio di soprassalto e quando leggo sul display il nome del chiamante penso che qualcuno dei miei amici a Ferrara ha alzato un po’ troppo il gomito ed è in vena di scherzi telefonici, magari al ritorno da una serata in discoteca. Poi le chiamate continuano… Alla terza telefonata mi alzo di scatto ma stavolta è mia mamma a chiamare: con un brivido freddo lungo la schiena inizio a mettere in moto strani pensieri e appena rispondo sento i miei che con voce terrorizzata urlano parole sconnesse… “Terremoto”, “siamo scappati fuori”, “si sono ribaltati i mobili”… Poi cade la linea. Non so quante decine di volte ho tentato di richiamare. In quel momento ho capito cosa prova un genitore quando nel cuore della notte aspetta lo squillo o l’sms del figlio che rientra a casa, solo che stavolta eravamo a parti invertite. Avrei voluto urlare, scappare fuori, chiedere aiuto, ma ero ospite di amici, a Pescara, e tutti stavano dormendo beatamente.

Quello stesso pomeriggio - ironia del destino… - ero stato fra le rovine del sisma, vicino a L’Aquila, con questo mio amico che è un Vigile del Fuoco, commentando come dopo due anni non fosse stato ricostruito nulla: ancora macerie e desolazione. Cerco notizie su facebook: leggo di chiese crollate, di strade chiuse, di interi paesi isolati… Poi finalmente riesco a sentire i miei genitori, poi mio fratello e qualche amico: solo spavento, nessuna conseguenza seria se non qualche credenza con piatti e bicchieri “della festa” frantumati a terra.

La mattina dopo la passo davanti alla tv, come in quel lontano ma indimenticato 11 settembre di oltre 10 anni prima. Solo che stavolta le immagini non sono quelle di torri e grattacieli visti solamente nei film: stavolta c’è il municipio di Sant’Agostino con un buco in mezzo, come se gli avessero tirato un missile… Quanti “appostamenti” in motorino con gli amici, lì davanti, a 14 anni… Ad aspettare le ragazzine che - all’epoca lo sapevano tutti - erano le più carine dell’Alto Ferrarese, da Cento a Ferrara…

Una settimana dopo ero lì, a Mirabello, per cercare di dare una mano. Ritrovare vecchi amici e compagni di scuola dopo 10, anche 15 anni, tutti lì, in fila indiana, a sgombrare gli edifici del Comune facendo la “catena umana” con i documenti salvati dall’archivio. Un bellissimo momento per ridere e stare tutti insieme nonostante quello che era accaduto… E sentirsi veramente parte di una comunità che, forse, non avevamo mai saputo valorizzare a dovere. Purtroppo poi il lavoro, gli impegni, la vita ti riporta al “tuo” quotidiano e torni a leggere le notizie del paese solo tramite i social network.

Ma proprio da questo senso di frustrazione, lontananza ed impotenza nasce l’idea di “100 vini per l’Emilia”. Un sabato mattina, durante una lezione del “Corso di viticultura” organizzato dall’AIS Milano, passeggiando tra i vigneti dell’azienda “La Stoppa”, nel piacentino, lancio la mia proposta alla Delegazione, che accetta senza battere ciglio, dandomi “carta bianca” su come strutturare questo banco d’assaggio benefico.

Sono trascorsi mesi, cercando su guide enologiche nazionali e regionali, blog e siti internet delle aziende, frequentando degustazioni ed eventi locali, visitando direttamente le cantine ed i produttori, per trovare quelli più “interessanti”. Requisiti: piccoli produttori (sotto le 100mila bottiglie annue prodotte), emiliani (quindi da Piacenza a Ferrara, escludendo la Romagna), produzioni che valorizzassero i vitigni autoctoni o comunque la tipicità del territorio, una certa originalità nelle metodologie di vinificazione. E ovviamente, pur secondo il mio gusto personale, un adeguato livello di qualità (che spesso si è affiancato a prezzi davvero interessanti).

Abbiamo fatto una pubblicità martellante con tutti ciò che potesse essere di impatto ma gratuito: via mail, facebook o semplicemente con il passaparola; abbiamo caricato e scaricato casse e casse di vino, apparecchiato tavoli, lucidato bicchieri… Insomma, preparato tutto nei minimi dettagli per la grande serata del 23 novembre scorso.

Successo di pubblico e di incasso (alcune migliaia di Euro donate interamente in beneficienza al Comune di Mirabello, paese dove sono cresciuto, per la ricostruzione delle scuole materne ed elementari), eppure a distanza di qualche mese esatto i ricordi più vivi che mi sono rimasti sono stati quelli arrivati dalla “terra” e dal “vino”. Ricordo le facce e la voce perplessa dei produttori che, di fronte al mio invito a venire a Milano (!) per presenziare ad un evento, hanno iniziato a preoccuparsi di come trasportare il vino, della distanza, della strada, dell’ “Area C” e di come avrebbero potuto raggiungere la sede, dato che loro non amavano spostarsi dai loro “feudi”. Ricordo le loro mani callose e consumate dal lavoro in vigna, che allungavano con ritrosia per stringere la mia quando, dopo essermi presentato via mail o telefono come semplice acquirente interessato ad assaggiare i loro prodotti, svelavo il mio intento di valorizzare le loro produzioni. Ricordo soprattutto il tono dispiaciuto di chi non ha potuto venire di persona alla serata, perché già impegnati in altri eventi (peraltro sorpresi proprio di aver ricevuto ben 2 inviti a due eventi diversi sul vino, loro che di solito non erano abituati ad uscire dal territorio) o perché semplicemente sono contemporaneamente contadini / enologi / potatori / venditori / custodi della loro terra, che non poteva essere abbandonata in un periodo così impegnativo. Ricordo infine la luce nei loro occhi orgogliosi, quando la gente si accalcava al loro banco chiedendo di assaggiare i loro vini, facendo domande e soprattutto complimenti per prodotti che non si pensava essere così interessanti. Quella luce non era il semplice riflesso del pur sfavillante salone del Westin Palace: era qualcosa che veniva da dentro… L’orgoglio di una terra ferita ma che ha saputo rialzarsi in fretta dopo quanto accaduto e - aggiungo io - che deve imparare a valorizzare e tutelare di più i propri tesori, facendo del turismo enogastromico un pilastro della sua rinascita e del suo sviluppo.

Per una breve recensione della serata vi rimando alla pagina dedicata all’evento sul sito di AIS MILANO, che trovate cliccando sul link seguente:
http://www.aismilano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1742:100-vini-per-lemilia&catid=1:recensioni&Itemid=277

Vorrei invece ringraziare tutti i produttori presenti con l’augurio e la volontà di ripetere presto un’esperienza di degustazione insieme:

· Podere Le Lame - Vernasca (PC)
· Croci Tenute Vitivinicole – Castell’Arquato (PC)
· Azienda Vitivinicola La Stoppa - Ancarano (PC)
· Azienda Agricola Denny Bini - Coviolo (RE)
· Azienda Acetovinicola Boni Luigi - Serramazzoni (MO)
· Tenuta Bonzara – Monte San Pietro (BO)
· Azienda Agricola Gradizzolo – Monteveglio (BO)
· Azienda vinicola Mattarelli – Vigarano Mainarda (FE)
· Acetaia Galati – Praticello di Gattatico (RE)
· Azienda Agricola F.lli Caretti – S. Giovanni in Persiceto (BO)

E parlando di degustazioni, con il 2013 vorremmo riprendere il filone delle degustazioni milanesi “ristrette” ma con vini “di nicchia”, autoctoni e difficilmente acquistabili in giro, che ho scovato girovagando qua e là per fiere, banchi d’assaggio e – ogni tanto – anche qualche bella visita in cantina… Stay tuned!!!

Arrivederci a presto quindi, ovviamente con un brindisi… Alla Vostra!!!

venerdì 8 febbraio 2013

Spumanti inglesi, i vini visagisti (Nyetimber all'AIS Milano)

Anno 1662.
Trentacinque anni prima che nella Champagne l’abate Dom Pierre Pérignon “inventi” il cosiddetto metodo champenoise (1697), in Inghilterra Christopher Merret nella sua opera Some Observations concerning the Ordering of Wines descrive un sistema per provocare deliberatamente la rifermentazione dei vini in bottiglia. Negli stessi anni la sua scoperta viene opportunamente completata, sempre in Inghilterra,  con l’invenzione e lo sfruttamento commerciale da parte di Kenelm Digby e Robert Mansell di un nuovo tipo di recipienti di vetro, in grado di sopportare la pressione di 6 atmosfere e oltre sviluppata durante la presa di spuma. Il metodo classico è servito.

Anno 2013.
Trecentocinquantuno anni dopo l’invenzione di Merret, Nicola Bonera presenta per l’AIS Milano una serata di degustazione di vini spumanti inglesi.

Finalmente.

martedì 29 gennaio 2013

Luigi Moio, il pinot noir, la Borgogna e il senso del terroir

Luigi Moio ha passato diversi anni a Digione, per studio e per lavoro, e ci sarebbe rimasto a vivere per sempre, se non fosse stato che in Borgogna piove troppo....

giovedì 24 gennaio 2013

13 giugno e Il Verdi: niente cibo ai bambini

Spero mi perdonerete se uso impropriamente questo blog per dare voce alla mia indignazione. In effetti l'uso non è così improprio nel senso che questo post è legato in realtà al bere e mangiare bene.
Da quando abbiamo imparato a degustare il vino e il cibo, io e Mauro non riusciamo più a pranzare in posti tipo tavole fredde o bar con panini rinsecchiti o cibi preriscaldati. E vorremmo che il gusto per il buon cibo lo imparasse anche Maddalena.
Ci siamo trovati nei giorni scorsi in zona Moscova e due erano secondo noi i ristoranti in cui la qualità del cibo e la cura del servizio (facendosi pagare il giusto o anche di più..) rappresentavano una garanzia. Il 13 giugno e il Verdi.
In entrambi i locali, però, i bimbi piccoli come Maddalena non possono mangiare. Non ci sono i seggioloni a disposizione.
Non consentire ad un bambino di pranzare è un segno di profonda inciviltà (vi immaginate di entrare in un ristorante e trovare il tavolo senza la sedia?).
Ma che società è quella che rifiuta i bambini?

mercoledì 23 gennaio 2013

Se questo è un vino...

Leggo sul un sito (di cui riporto il link più in basso per chi volesse approfondire fin nei dettagli la notizia) che in Australia è stato creato un vino che ha poteri curativi.

Una sperimentazione condotta su topi paralizzati dall'artrite ha dato risultati insperati e "spettacolari" - come dice lo stesso direttore della ricerca.
In sintesi - e forse semplificando un po' - al vino rosso vengono aggiunti degli antiossidanti resi liposolubili anzichè idrosolubili (come invece sono gli antiossidanti normalmente contenuti nel vino che però sono tannici) affinchè vengano facilmente assorbiti nel flusso sanguigno.

Sommistrato questo vino ai topi, cavie della ricerca, questi sono guariti in 14 giorni.

In pratica un vino che ha del miracoloso.
Ma questo...è un vino???


(Fonte della notizia: http://www.conipiediperterra.com/creato-in-australia-un-buon-vino-rosso-curativo-0123.html?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter)

Marisa Cuomo è un fantasma

"La follia del fare vino" in un territorio con il 40% di pendenza, col furore dei venti e del mare che fronteggia le vigne, con l'amore per gli autoctoni (fenile, ripoli, ginestra, aglianico, piedirosso), con poca disponibilità di braccia, con coltivazione e raccolta eseguite interamente a mano da "freeclimber".
Solo dei folli, e una squadra familiare dedita al vino, possono pensare di continuare in un'impresa bloccata nelle quantità di produzione dalle caratteristiche del territorio attorno a Furore.
Tutto questo non lo dice Marisa (Cuomo), ma suo marito Andrea, che, da buon campano, è generoso nelle descrizioni e nei complimenti al pubblico presente.
7 vini, 5 bianchi e 2 rossi.
Fiord'uva non è il "fiore" ma il "fiordo dell'uva", un braccio di mare suggestivo, che si insinua tra gli strapiombi coltivati a ginestra, fenile e ripoli.
Una verticale dal 2011 al 2007 che ci fa capire come "ogni annata è un progetto che inizia a tavola con Moio". Per il momento progetti ben riusciti, anche se il 2007 con il suo accento minerale, etereo, con l'albicocca e la pesca mature, con la sua eleganza ed armonia è il mio preferito. Come dice Invernizzi "quasi da meditazione". Interessante tutta la produzione, anche quella più recente del 2011, nella quale tuttavia  non percepisco tutto il sentore di idrocarburi segnalato da Invernizzi.
I 2 Furore Riserva 2009 e 2008 sono interessanti (meglio il 2008 per i tannini più gentili e la ciliegia che prevale), ma il clou della serata sono i Fiord'uva.
Qualche ombra sulla serata: Invernizzi straripante nella sua erudizione, a volte fine a se stessa, e forse un pò compiacente con gli ospiti, un personaggio fantasma (la Marisa) che abbiamo capito essere il motore della cantina, una persona schiva, che si fa pregare per parlare, ma che sembra essere più influente di quanto non voglia apparire.

lunedì 21 gennaio 2013

Il Moscato d'Asti e gli improbabili abbinamenti

Cosa dicono del moscato nel mondo.....
Da Decanter 2013
Moscato's rapid accession to the drink of chioce for the hip hop crowd propelled this delicate light  sparkler into the spotlight.
Food pairing
Moscato d'Asti is incredibly versatile and, like all sparkling wine, is best served chilled. Though regarded by many as dessert wine, it makes a lovely aperitif, and in the US many enjoy it with pizza.
Classic pairings include cakes, pastries and fresh peaches. It also makes an ideal palate refresher between courses.

sabato 19 gennaio 2013

Tutto inizia dai bimbi

E’ dai bambini che bisogna partire quando si ritiene sia necessario un cambiamento nella vita sociale. E se ci si accorge che si sta perdendo il senso della “terra”, è prima di tutto ai bambini che bisogna insegnarne il significato.

Dal punto di vista enologico il concetto di territorio assume un’accezione piuttosto complessa da far capire a dei bambini di 8 anni. Microclima, condizioni pedoclimatiche, composizione del terreno sono tutti concetti che risultano incomprensibili ai bimbi. Ma se si traducono con le parole Sole (il clima), Cuore (la terra) e Amore (la passione delle persone che lavorano la terra) forse i bambini capiranno che cos’è la loro terra e impareranno ad amarla. E’ questo ambizioso obiettivo l’idea che ha fatto nascere il libro Vitae è Vita, presentato ieri sera all’AIS dal Rotary Valtidone e il cui ricavato andrà a sostegno del Progetto PolioPlus.

Ospite d’onore il Prof. Mario Fregoni, un curriculum da docente universitario e ricercatore lungo un chilometro, che sceglie la platea dell’AIS per lasciare da parte, per una volta, l’approccio accademico e lanciare un grido di dolore sulla direzione ormai irreversibile che sta prendendo la viticoltura mondiale.

E’ rassegnato ma sembra ancora incredulo quando riporta le cifre della produzione mondiale, con un calo sempre più evidente di quella europea e uno sviluppo esponenziale di quella dell’emisfero sud. Ma non è il luogo dove si produce il vino che lo preoccupa ma le logiche con cui lo si produce.
Non più la logica del terroir ma quella della varietà.

Il passato (cita i vari cru che ha scoperto nelle sue ricerche e spazia dai romani ai greci, dall’Egitto, a Israele, passando dalla Georgia, ritornando ai fenici) e il futuro sono nel terroir non nella varietà.
La qualità è una questione di carattere tecnologico, tutti sanno ormai fare qualità, ma è la tipicità l’essenza del vino e il terroir ne è l’anima.

Personale e originale – sebbene (purtroppo) intervallata da spiacevoli battute sessiste - anche la conduzione della degustazione condotta da un ospite della serata. Quattro malvasie di Candia aromatiche e quattro Gutturnio – tutti Colli Piacentini. Le malvasie sono state per me abbastanza incomprensibili. Un vitigno che non amo per nulla. Difficile eliminare l’aspetto soggettivo e valutare il vino. Metti poi che nella terza malvasia che mi è stata servita si sentiva la carbonica…I “Gutturni” sono stati piacevoli, divertenti. Sorprendente l’ultimo, dell’azienda La Stoppa, se si considera l’annata – 2002 – che per un Gutturnio è davvero tanto!

Un po’ scomposta la gestione della serata ma forse l’intenzione era proprio quella di mantenere il carattere amichevole dell’evento lasciando spazio all’improvvisazione.

Nota di colore: erano presenti i produttori piacentini. Alcuni di loro, molto cordiali peraltro, terminata la serata si sono girati verso la platea e sono rimasti sorpresi dalla quantità di “femmine” in sala.
Ne abbiamo ancora da fare di strada….

mercoledì 16 gennaio 2013

Metti una sera con Josko Gravner

Cos’è il vino?
E’ una domanda che apre verso un’infinita gamma di possibili risposte, che spaziano dal tecnicismo merceologico più stretto fino ad espressioni di puro pensiero astratto, per non dire filosofico.

Una di queste possibili risposte è quella che offre Josko Gravner quando parla del suo vino, parlando in realtà di sé stesso, come è capitato ieri sera al Westin Palace in un incontro promosso dall’AIS Milano con l’aiuto di Antonella Ricciardi dell’Enoteca Ronchi.

La sua risposta è: “il vino è il pensiero di chi lo fa, è quella cosa che tocca l’anima e il cuore. Altrimenti è una bibita”. Il passaggio vino-bibita è la parte simpaticamente folkloristica, quasi umoristica, del ragionamento, ma la prima parte dell’affermazione è indubbiamente d’impatto.
A parlare della propria filosofia nel fare il vino sono in tanti, ormai lo fanno tutti i produttori, invece la capacità di stabilire una così chiara e potente equivalenza tra il prodotto e la propria coscienza di sé e della realtà intorno a sé mi è capitato per adesso di sentirla solo da Josko Gravner.

Il vino di Gravner è Josko Gravner, Josko Gravner è il suo vino. L’implicazione di questa premessa è che tutto vale e naturalmente le prime vittime di questa liberazione dagli standard sono le regole che abbiamo faticosamente appreso studiando per diventare sommelier.
Qualsiasi valutazione tecnica perde di significato, non ha più senso commentare il fatto che il Breg o la Ribolla di Gravner siano vini con caratteristiche di evoluzione estremamente spinte, che già i toni di ambra e topazio presenti anche nelle annate più recenti li definiscono a prima vista come bianchi secchi anomali, che l’intensità dei tannini lascia stupefatti non avendo a che fare né con un rosso né con l’uso di barrique per l’affinamento. E via elencando “stranezze”.
Josko è il primo a stare lontano dalle descrizioni standard, o stereotipate, lui dice che il suo vino “è buono”. E “buono” e “non buono” ("cattivo" per Josko non si dice) sono proprio le categorie di giudizio alle quali si deve fare riferimento per parlare di questi vini. O se preferite “mi piace” e “non mi piace”.

Per quanto mi riguarda, l’assaggio mi spinge verso la scelta “non mi piace”. Il mio gusto è orientato verso vini che per semplicità chiamerei più classici, dal colore paglierino, aromi primari o al massimo secondari e gusto tradizionalmente fresco e sapido.
Però… però non posso negare di subire il fascino di Josko-persona, dal racconto della sua vita e del suo percorso alla ricerca del vino autentico, dalla sua capacità di ripercorrere in modo critico le sue stesse scelte, di parlare con serenità e fermezza di quelli che chiama i suoi “errori”, ad esempio la fermentazione in acciaio e l’affinamento in barrique.
Ascoltandolo sembra di vederlo in viaggio durante le sue esplorazioni della Georgia, in luoghi dove ancora la ricerca non si è confusa con l’eno-turismo, nel tentativo mai concluso di scoprire dove tutto ha avuto inizio, trovando le radici del vino inteso come una delle conquiste del cammino dell’umanità.

Non sto esagerando, basta davvero lasciare la mente libera di assecondare il racconto di Josko e queste sono le sensazioni che vengono evocate. Alla fine il “non mi piace” è sostituito da un sentimento nuovo che si chiama “mi interessa, voglio sapere”.

Tutto questo significa anche che il vino di Gravner non è per tutti, serve che ci sia una passione vera, quella che è fatta prima di tutto di curiosità intellettuale verso il nuovo e il diverso. E significa anche che il vino di Gravner non è per tutti i giorni, è piuttosto un’esperienza che forse ha senso che rimanga addirittura unica e non più ripetuta.
Una magia si può riprodurre? Sotto questo punto di vista mi trovo decisamente in disaccordo con il campione del mondo dei sommelier e con altri commentatori della serata, che hanno parlato di un vino di beva facile, di cui svuoteresti un bicchiere dietro l’altro.
Per niente!
E’ un vino che richiede impegno e concentrazione, che ti assorbe energie mentali, che chiede forse più di dare. E’ stata insomma quella che si dice una “esperienza”.

La curiosità che mi ha lasciato è stata quella di andare un giorno a vedere sul posto come è fatto il Gravner-mondo, lontano dalla sala congressi di un albergo, dove Gravner è davvero lui, Josko il contadino.

Pillole di Gravner

Ieri sera ascoltando Josko Gravner ho raccolto, tra le tante cose che ha detto, quelle che più assomigliano ad aforismi e che quindi mi sembra che possano riassumere il suo pensiero.

Mi rendo conto che, come spesso succede, estrarre singole frasi rispetto al contesto e al momento in cui sono state pronunciate espone al rischio dell’incomprensibilità o addirittura del ridicolo, ma ho deciso che questa testimonianza ha in sé un valore e ha senso lasciarla. Per chi la leggerà con la voglia di provare comunque a ricavarne un senso.

"Il vino lo faccio per me, quello che c'è di più lo vendo"

"Le tecniche migliori sono sempre le tecniche più vecchie"

"Fare il vino è come avere un figlio, non importa se è maschio o femmina, l'importante è che sia sano"

"Il vino non è tecnologia, è nel pensiero di chi lo fa"

"Non c'è la grande annata e la piccola annata, il vino è come le persone che hanno dentro l'angelo e il diavolo e noi dobbiamo dare valore all'angelo"

"Quando vedo svitare una bottiglia col tappo a vite mi vengono i brividi"

"Il vino è come le persone, c'è chi muore prima e chi muore dopo"

"Fare il vino bene è come scalare una montagna, una montagna dove non vedi mai la cima perché è inarrivabile"

"Più cerchi di fare bene e meno il vino piace"

"Se dovessi seguire il mercato dovrei impiantare prosecco"

"I miei vini sono così cari perché ogni vite dà meno di mezzo kilo di uva"

"Un vino di 11 gradi fatto con l'osmosi inversa fa tanto più male e tanto più ubriaca di un vino di 13 o 14 gradi naturali"

"Le cose importanti non stanno nella larghezza ma nella profondità" (per spiegare perché abbandona il Breg per fare solo ribolla)

"Se il vino non tocca l'anima e il cuore non è vino ma è bibita"

"Il vino entra da un buco grosso e poi esce da un buchino piccolo, non è importante l’effetto che fa quando si carica ma quando si scarica"

"Quando un vino è buono non serve l'abbinamento puoi fare quello che vuoi"

"La macerazione è come l'amplificazione per la musica: per amplificare deve essere grande musica".